
I prodotti a base di carne derivano invece dalla trasformazione della carne o dall’ulteriore trasformazione di questi prodotti trasformati. I prodotti a base di carne, differentemente dai preparati, hanno perso quindi le caratteristiche nutrizionali delle carni fresche. Esempi sono le farciture per la pasta e prodotti di salumeria cotti. Spesso in molti di questi prodotti appartenenti alla nostra tradizione, come per esempio i tortellini, si possono riscontrare delle sorprese, in particolare nel ripieno, spesso preparato con ingredienti di scarsa qualità e molto economici (es. fiocchi di patate, patate, e altri simili). Ma il problema legato ai prodotti e ai preparati a base di carne non risiede solo nella scelta delle materie prime ma anche nei metodi e nelle tecnologie che l’azienda sceglie di utilizzare per allungare la vita dei prodotti da essa commercializzati. Difatti, risulta fondamentale conoscere gli ingredienti e i trattamenti che le carni in questione subiscono fino alle nostre tavole. L’uso di carni, soprattutto salate, affumicate e trasformate ha radici antiche: già all’epoca dei Romani si aveva l’abitudine di insaccare la carne utilizzando il sale e altri prodotti naturali con la funzione di conservanti. Esistono diversi metodi di conservazione tradizionali: l’uso delle basse temperature (es. congelamento, refrigerazione, etc), affumicamento, essiccamento e salagione. I meccanismi che compromettono la durabilità della carne cruda sono: la proliferazione di microrganismi (batteri, muffe e lieviti), l’ossidazione della carne e la putrefazione, processo di disintegrazione delle sostanze proteiche con conseguente alterazione della consistenza, colore e sapore. Per evitare questo la carne appena abbattuta subisce un processo di frollatura, ovvero maturazione controllata a basse temperature (0 - 4°C) di durata variabile, che conferisce un aumento della tenerezza della carne in funzione della scomposizione di fibre di collagene per mezzo di enzimi proteolitici. Una volta terminato questo periodo di maturazione la carne passa alle successive fasi di trasformazione o direttamente, nel caso della carne fresca, di confezionamento. Uno dei metodi più usati per conservare per brevi periodi le carni è la refrigerazione, che consente il rallentamento dell’attività microbica e dei processi alterativi. Questo metodo è quello che utilizziamo giornalmente nelle nostre case e consiste nel riporre la carne in frigoriferi che raggiungano una temperatura di minimo +4°C. La carne refrigerata mantiene perlopiù inalterate le proprietà nutrizionali delle carni fresche. Per le carni rosse la temperatura di refrigerazione non deve superare i 7°C, mentre per le carni bianche non deve essere superiore a 4°C.

Ove non è possibile agire con gli additivi, come nel caso delle carni fresche refrigerate, le industrie si avvalgono di altri mezzi chimici, fisici e biologici per bloccare l’azione degenerativa dei batteri e mantenere le caratteristiche organolettiche intatte dei loro prodotti. Attualmente si conoscono molti sistemi di confezionamento in grado di rispondere a queste esigenze, ad esempio il confezionamento in atmosfera protettiva, sottovuoto, in skin o l’active packaging. L’uso di atmosfera protettiva (ATP), o modificata, consiste nell’immissione nella confezione di gas normalmente presenti nell’aria (azoto, ossigeno, anidride carbonica) ma a concentrazioni diverse. È proprio grazie a questa composizione che si ha l’inibizione della crescita di alcuni batteri, il mantenimento delle caratteristiche organolettiche e, di conseguenza, l’aumento della durata del prodotto, detta anche shelf life (“vita di scaffale”). Un altro metodo di confezionamento è il sottovuoto che spesso si utilizza per i tagli anatomici, in quanto questo metodo tende a deformare i prodotti più delicati. Questa tecnologia agisce sull’eliminazione dell’aria dalla confezione, fattore indispensabile per lo sviluppo di gran parte dei microrganismi. Invece, nel confezionamento in skin il prodotto viene posto nelle vaschette come nel caso della conservazione in ATP, ma il film che chiude la confezione viene fatto aderire al prodotto utilizzando il sottovuoto, così da diventare una seconda pelle (“skin”). Infine, all’interno di queste confezioni possono essere applicati dei dispositivi (active packaging) che interagiscono attivamente con l’atmosfera della confezione, ad esempio riducendo l’ossigeno o assorbendo l’umidità. Quest’ultimi spesso si presentano come dei tappetini di polimeri (pad) assorbenti che garantiscono un’ottima presentazione del prodotto, il passaggio dell’aria attraverso microfori, l’eliminazione dell’umidità in eccesso, legata anche ai liquidi di essudazione della carne, e, in alcuni tipi di carne, l’assorbimento di odori sgradevoli. Esistono anche dei veri e propri indicatori, da posizionare dentro o sulla confezione, che registrano variazioni importanti ai fini di una buona conservazione degli alimenti (ad esempio la temperatura) segnalando inequivocabilmente l’abuso al consumatore mediante variazioni di colore.
Oggetto di forti discussioni è sicuramente la possibile presenza di residui di trattamenti veterinari, di farmaci e di antibiotici nelle carni che consumiamo, con l’eventualità che possano continuare la loro azione nel nostro organismo. Il problema è legato a un insieme di fattori che agiscono a cascata. Per prima cosa bisogna considerare che la maggior parte della carne da noi consumata proviene da allevamenti intensivi, ovvero caratterizzati da spazi ridotti per il ricovero di un numero elevato di capi e da un’alimentazione basata su mangimi composti con l’obiettivo finale di massimizzare i rendimenti. In questi allevamenti sono utilizzati antibiotici e farmaci a scopo curativo data l’elevata diffusione di malattie a causa del sovraffollamento degli animali. L’uso di farmaci a scopo preventivo oggi è assolutamente vietato, spesso utilizzati anche per aumentare le prestazioni produttive degli animali. Negli ultimi anni questa pratica è stata fortemente contrastata da continui controlli e limitazioni all’uso di antibiotici solo a fini terapeutici mirati, rispettando i tempi di sospensione, ossia il tempo utile di sospensione del trattamento affinché venga smaltito completamente dall’animale prima della macellazione. In questo modo si garantisce l’assenza di residui di farmaci veterinari nella carne e la riduzione del fenomeno di antibiotico-resistenza, ovvero la resistenza di un batterio all’attività di un farmaco antibiotico a cui è stato precedentemente esposto.
La carne negli ultimi anni è protagonista indiscussa di frodi commerciali (presenza di carne di cavallo non dichiarata in pasta fresca ripiena, lasagne e altri preparati, anno 2013), di problematiche relative a contaminazione batterica (Listeria monocytogenes in coppa di testa nel 2016; Salmonella in petto di tacchino congelato proveniente dall’Ungheria e Escherichia coli in manzo congelato dell’Uruguay, anno 2017), alla presenza di residui di antibiotici e di trattamenti veterinari (Fipronil in carne di pollo, 2017) e, di recente, anche di metalli pesanti, come il Cadmio (Cd) nella carne di cavallo refrigerata proveniente dalla Romania.
Beatrice Mammarella
Master in “Sicurezza, certificazione e comunicazione alimentare” 8^ ed.
Paola Laghetti
Paola Laghetti
Master in “Alimentazione e nutrizione umana” 19^ ed.
Nessun commento:
Posta un commento